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The Jackal, lezione di Social Marketing

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Con l’ultimo video i creator napoletani hanno ribaltato le regole dei contenuti sponsorizzati, dimostrando che se lavori in maniera trasparente e consapevole puoi fare anche le “markette”.

O avete navigato su internet con gli occhi bendati negli ultimi anni oppure conoscete i The Jackal, attualmente tra i massimi esponenti di quel genere che potremmo definire “I video su internet che fanno ridere e sono anche fatti bene”.

Napoletani, giovani, autodidatti, dotati di un ottimo fiuto per individuare la moda del momento e del talento necessario per trasformarla in qualcosa di divertente e “virale”. I loro video, prima su YouTube, ma poi anche su Facebook, sono ormai un appuntamento fisso, soprattutto dopo la cosiddetta Trilogia della Frittura ovvero tre episodi dedicati a Gomorra che hanno totalizzato 10 milioni di visualizzazioni. Un successo che li ha condotti fino ai David di Donatello di cui hanno curato l’introduzione con una memorabile comparsata di Sorrentino e Cattelan.

Quello che però spesso gli spettatori dimenticano è che per fare cose divertenti e di qualità ci vogliono tempo e soldi. Produrre un video ben fatto non è come mettersi in cameretta col telefono, soprattutto se hai trent’anni e cerchi anche di campare.

La verginità artistica è per chi ha già i soldi. Per questo anche i The Jackal, come molti altri “creator” (parola orribile che identifica tutte le persone che realizzano contenuti in rete) di successo ogni tanto vengono ingaggiati da alcuni marchi per creare contenuti sponsorizzati, c’è chi le chiama markette chi native advertising, che siano qualcosa di più del semplice spot televisivo e in cui spesso l’oggetto della promozione è a malapena suggerito.

Il native advertising è una delle forme di sostentamento più utilizzate da chi produce contenuti web e vuole slegarsi dalla schiavitù dei click e dei classici banner. Come tutte le cose può essere fatto male o fatto bene e la sua realizzazione è uno dei grandi temi che “influencer” (altra parola brutta, ma è qua per restare, che ci piaccia o no), analisti, esperti di digital media e pubblico devono ancora metabolizzare a pieno.

Purtroppo il grande problema dei contenuti sponsorizzati è che vengono vissuti dagli utenti come una forma di “tradimento”, come se la celebrità del web, dopo aver cavalcato il successo ottenuto con video gratuiti, si fosse venduta ai grandi marchi per il vil denaro. Il problema di solito è legato a una gestione un po’ fumosa della sponsorizzazione stessa, c’è chi fa finta di niente ed espone prodotti in bella mostra come fa Stanis La Rochelle in Boris, chi nega tutto, chi ormai si muove solo se vede i soldi e così via.

I The Jackal fanno spesso contenuti di questo tipo, ma non si lamenta praticamente nessuno, i motivi sono semplici: i video sono divertenti, la sponsorizzazione è chiara e hanno sposato sempre prodotti in linea con il loro pubblico, giocando con marchi e slogan in maniera geniale e consapevole.

A un certo punto le strade di Ciro Priello e compagnia si sono incrociate con quelle di Carrefour e dell’agenzia di branded content H48. Onestamente non riesco a pensare due mondi più distanti e differenti. Un conto sono i video divertenti sulle manie dei trentenni divisi tra serie tv, videogiochi e scarsa voglia di crescere, un conto è la grande distribuzione. È un po’ come far sponsorizzare i pannolini a un gruppo metal!

Ed è qui che una trappola che rischiava seriamente di farci dire “Vabbe’ pure i The Jackal ce li siamo giocati” si è trasformata in una lezione di social marketing. Facendo un ulteriore sfoggio di intelligenza strategica e consapevolezza del mezzo, questi videomaker napoletani hanno capito che non potevano fare come al solito, non potevano cavarsela col classico video buffo col marchio che compare alla fine, la distanza tra loro e Carrefour era troppa. Inoltre, ormai il pubblico si era abituato al loro modo di approcciare i contenuti sponsorizzati. Ci voleva il classico pensiero laterale.

Il risultato è un video, scritto assieme ad H48, che sovverte totalmente le regole del native advertising, gioca con i suoi luoghi comuni, si autocita, mette in piazza vizi e virtù degli influencer e riesce nell’obiettivo di veicolare un messaggio senza macchiare lo “street credit” che i The Jackal hanno saputo conquistare negli ultimi anni. Palesare la marchetta, giocare sugli eccessi del product placement è un mossa geniale, è gridare che il re è nudo mentre tutti cercano di coprirlo con foto su instagram e tweet pagati. Se poi questo si tramuterà in un vantaggio commerciale per Carrefour non sta a me dirlo, ma di sicuro l’obiettivo del video è stato centrato.

Il problema adesso sarà per tutti quelli che cercheranno di imitarli, di fare qualcosa di simile, ma finiranno per essere visti solo come la copia della copia. Per i The Jackal invece la sfida è un’altra, come molti loro colleghi, tipo i The Pills, il prossimo passo potrebbe essere passare dai social network al cinema. Speriamo che l’incredibile capacità di mettere a fuoco la realtà e la facilità con cui riescono a dialogare col proprio pubblico li aiutino a evitare gli errori dei loro predecessori.

Tuttavia, non vi nego che sarebbe bello vederli rimanere sul web, senza cercare altrove un riconoscimento di cui non hanno affatto bisogno. Anche perché il loro pubblico di riferimento affolla molto più il web che i multisala.

Fonte: Wired Italia

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